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Vivo per amare.

Tutto il resto viene dopo, a cascata. A partire dalle altre persone care che si vogliono bene, proseguendo con il denaro che risulta indispensabile per avere tutto ciò che serve per dare il meglio a chi si ama e ritrovarsi casa, automobile, cibo e modo di svolgere le proprie passioni.

Per quanto possa sembrare semplice, al giorno d’oggi in particolare, non lo è per nulla.

La base di tutto, l’amare, è il primo grande vero ostacolo. Riuscire a far proprio questo sentimento è assai complicato. In quest’epoca regna l’egoismo. Siamo una generazione di individui viziati, cresciuti nell’agio. La predisposizione al sacrifico è nulla, soppiantata dall’esigenza di divertirsi. Inquadrati come consumatori ideali, diventa inevitabile trovare chi insegue velleità a discapito dell’essenziale. L’amore però è tutt’altro. Si sostanzia nel non pretendere nulla in cambio, privi di aspettative. Tutto questo viene addirittura considerato come scemenza, vista la propensione ad approfittarsi di chi è capace di donare un sentimento così forte. Laddove le persone agiscono in massa di testa e non di cuore, l’amore diventa un baratto, una pretesa per il proprio tornaconto.

Qualora si riuscisse a trovare la giusta predisposizione per amare, scaturirebbe il problema di trovare chi ne è adeguatamente provvista, senza subire comportamenti opportunistici.

I problemi però non terminano qui. Nell’improbabile situazione di due individui profondamente innamorati, subentrano gli ostacoli pratici, dettati dai fattori economici e apparenti. I giovani, sottoposti a continue ostentazioni da parte degli altri, non si accontentano più. Le coppie spinte dalla carriera e dalla ricompensa pecuniaria dedicano così gran parte della loro vita al lavoro che li obbliga a orari assurdi e presume eccessiva mobilità, agendo in antitesi col formare una famiglia. Potersi ritrovare nello stesso luogo del partner, per condividerne casa e tempo diventa quindi spesso angosciante perché pressoché impossibile, col rischio massimo che il dovere e le paure uccidano l’amore.

Il grande amore però, son convinto, non si lasci uccidere se davvero autentico. Dalle prove lungo il cammino si alimenta e se la condizione base è rispettata finisce col trionfare tra lacrime e forti emozioni.

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La prima gara ufficiale del 2019 la Juve la disputa al “Dall’Ara” di Bologna per l’ottavo di finale di coppa Italia. Si tratta di un periodo della mia vita molto desiderato e mentre dall’altra stanza sento l’audio di “c’è posta per te” mi concentro sulla partita in RAI. I gol di Bernardeschi e Kean mi donano il sorriso e con il risultato di 0-2 la mia Juve si conquista il passaggio al turno successivo.

Ai quarti di finale la Juventus si suicida. L’Atalanta vince in casa 3-0 e passa a sorpresa il turno. Dopo 4 successi consecutivi la Juve non riesce a centrare l’obiettivo della coppa Italia. Castagne apre le marcature per i bergamaschi, sfruttando un grossolano errore di Cancelo. Con strapotere fisico Zapata sigla di potenza il raddoppio. Nel finale lo stesso colombiano sfrutta un retro passaggio errato di De Sciglio e mette a segno la doppietta personale fissando il risultato sul 3-0 che non ammette repliche ed esalta gli uomini di Gasperini. A fine Gennaio si concretizza in concomitanza la prima e unica giornata nera da inizio anno.

 

La supercoppa italiana però non sfugge al dominio bianconero. Al fischio di inizio delle 18.30 mi chiudo in casa a Giardini per poterla vedere. La Juve parte bene costruendo più occasioni da rete del Milan. I rossoneri hanno però la più clamorosa con Cutrone, che coglie la traversa con un tiro potente dalla distanza. Sale a questo punto in cattedra Cristiano Ronaldo che sblocca il match. Lo imbecca Pjanic, con un assist perfetto. Il portoghese parte al momento perfetto e di testa infila Donnarumma. Kessie si fa espellere e la squadra di Allegri amministra fino al triplice fischio finale. Chiellini alza così al cielo il primo trofeo da capitano. Tenevo molto a questa partita per restare davanti al Milan in quanto all’albo d’oro anche di questa competizione. Ho vissuto il match col cuore in gola, come per le partite più sentite, per ricavarne alla fine un grande senso di felicità.

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In viaggio tra l’Olanda e il Belgio ho avuto modo di scoprire due realtà profondamente diverse accomunate dallo stesso fattore.

Tra le strade di Amsterdam, durante la festa del re, ho visto sfilare degli strani soggetti (di cui preferisco non fare il nome per non pubblicizzarli e non attirare la loro attenzione). Incuriosito da questi individui che danzavano sotto la pioggia al ritmo di una una strana cantilena, ho deciso di informarmi curioso di scoprire se si trattasse di una comunità dalla quale prendere qualche spunto di riflessione interessante. La risposta mi è presto stata chiara. Ho infatti scoperto di trovarmi davanti a una sorta di setta mascherata da religione, che ha regole assurde come gli obblighi a essere: estremamente vegetariani, non assumere eccitanti (come tabacco, caffè, tè, alcolici oltre a droghe), non praticare sesso, non giocare d’azzardo ma specialmente non ragionare. Mi ha terrorizzato come si obblighino gli adepti a rinunciare alla vita passata: dal nome, fino alla famiglia, al lavoro, alle amicizie e al regime alimentare. Per costringerli a venerare un guru fino a indebolirsi totalmente con pochissimo cibo assunto, poche ore di sonno e la recita spasmodica di mantra creati apposta per estirpare la speculazione mentale, riducendo le persone ad automi incapaci di ragionare, abituati a non pensare mai più, spinti dalla promessa di avvicinarsi a una spiritualità che suona soltanto come puro terrore.

Nell’incantevole Bruges, appena arrivato, mi sono subito ritrovato in un fantastico parco affiancato da un pacifico luogo chiamato beghinaggio. Ho dormito lì nei paraggi e ho scoperto la storia delle beghine: delle donne che, senza i voti, decidettero di vivere una vita monastica. Senza essere dinanzi a delle suore si poteva comunque assistere a chi spendeva le proprie giornate dedicandosi alla preghiera, alle opere di bene e allo sviluppo consapevole, e mai obbligato, del proprio spirito. Le beghine avrebbero potuto infatti in ogni momento potuto cambiare totalmente vita, ad esempio sposandosi. D’altronde non avevano mai rinunciato alle loro proprietà e se non avevano nulla non accettavano elemosina ma si trovavano un lavoro. Le istituzione ecclesiastiche non le vedevano di buon occhio, sentivano minata la propria autorità e ridursi il loro potere, nel terrore che questo fenomeno potesse sfociare. Cercarono infatti di utilizzare il termine beghine con connotazione dispregiativa e derisoria. Il diffondersi di una fede libera, di un’adesione alla vita cristiana senza il controllo ecclesiastico, impauriva la chiesa. Le motivazioni dietro alle scelte delle beghine erano forti e piene di entusiasmo, d’altronde in un mondo fatto soltanto d’amore a che servono i dogmi religiosi e l’ombra del clero?

 

La passiva e plagiante vita delle vittime dei santoni e la libera e consapevole scelta delle beghine mi si sono presentate davanti come due perfetti opposti. Un punto in comune però l’ho trovato in un’esistenza ritirata, calma, pacifica, in disparte. La differenza sostanziale la rappresenta il come ci si arriva perché presenta palesi ed enormi differenze volte a ricordare la pericolosità del controllo e la vitale importanza della lucidità che conduce a una scelta precisa di vita.

La solitudine è l’elemento al centro di tutto. Da essa nascono i presupposti per convincere e rovinare determinate persone che sentendosi abbandonate sviluppano la necessità di sentirsi parte di qualcosa per condividere il proprio tempo con qualcuno, diventando estremamente fragili e malleabili. D’altro canto può essere anche un’attitudine conciliante con la propria natura, ed è il caso delle beghine, le quali propendono per una decisione ponderata, voluta, desiderata.